Lastra con epigrafe del Priapo
Anni Sessanta del XV secolo
Luogo:
Firenze, Palazzo Medici Riccardi, cortile di Michelozzo, portico settentrionale, entro “cartellone” barocco all’estremità ovest.
Calcare grigio scuro; cm. 25×58,5 (lapide); cm. 16×47,5 (specchio epigrafico)
Iscrizioni:
Quidnam, quid rapis, o puella furax? Ne ramos traheres tibi hec ferebam Sed posthac caveas <ne> feras quid orto: Obduxit licet arma, sum Priapus! (Gentile Becchi, in: Oxford, Bodleian Library, Lat. Misc. e 81, c. 127v, ed. in Grayson 1973, p. 295 n. 28)
La lastra in grigio scuro presenta lo specchio epigrafico a superficie ribassata incorniciato da un listello seguito da una gola rovesciata (Gunnella 1998). L’iscrizione fa riferimento a Priapo, divinità di origine asiatica, rappresentato come un personaggio itifallico, spesso nel contesto del corteo di Dioniso insieme a satiri e sileni, a cui assomigliava. Dio della fecondità era considerato protettore di orti, frutteti e giardini.
Firenze, Palazzo Medici, giardino, fastigio sul portale est, sotto la statua perduta del Priapo. Una lastra inserita in uno dei cartelloni di epoca barocca nel cortile di Michelozzo, posto sulla sinistra della parete nord, riporta una iscrizione di epoca precedente all’acquisto del Palazzo da parte dei Riccardi (1659). L’epigrafe – riportata sopra alla voce Iscrizioni – è stata tradotta come segue (Caglioti 2000, p. 387 nota 28): “Che cosa rubi mai, ladroncella? Affinché tu non strappassi i rami, ti recavo io queste [frutte]. D’ora innanzi, però, bada di non sottrarre nulla al giardino: sebbene abbia ricoperto la mia arma, io son Priapo!”. L’epigramma, in endecasillabi faleci, è riportato in una raccolta di componimenti di Gentile Becchi, conservata in un manoscritto presso la Bodleian Library di Oxford (Lat. Misc. e 81, c. 127v) e pubblicata dal Grayson (1973, p. 295 n. 28). Nel medesimo codice si trovano anche i testi di altre epigrafi un tempo apposte a celebri opere in Palazzo Medici (cfr. le schede relative a David e Giuditta di Donatello, Fontana marmorea di Antonio Rossellino e Benedetto da Maiano, Cappella dei Magi). Come negli altri casi, nel codice manoscritto nella Bodleian Library i quattro versi dell’epigramma dedicato a Priapo sono preceduti da un titolo che chiarisce la loro destinazione originaria: In ortis Cosmianis sub statua cuiusdam gerentis poma cum obducta circum pudibonda veste (Grayson 1973, p. 295). L’epigramma, accompagnato da vari testi introduttivi, è poi riportato nello zibaldone di Lorenzo Guidetti (1439-1519) (Roma, Biblioteca Corsiniana, ms. 36.E.19, n. 230), nel Monumentorum Italiae… di Lorenz Schrader(1530-1606) pubblicato nel 1592 e in una relativa copia parziale manoscritta di tardo Cinquecento(Copenhagen, Det Kongeliche Bibliotek, ms. Fabr. 53,-4°, cc. 123v-124r). Dalla collazione di tali fonti e dei repertori filologici prodotti fra Sette e Ottocento, che includono i versi dell’iscrizione in Palazzo Medici, sono emerse varie informazioni relative a una statua perduta a cui si riferisce l’iscrizione stessa. La scultura raffigurava un Priapo; era in marmo ed era un pezzo antico, evidentemente con integrazioni moderne di restauro; con la mano destra teneva sulla testa una cesta di frutta e con la sinistra reggeva un vaso. Era posta nel giardino di Palazzo Medici, probabilmente sopra l’originario portale architravato che dal cortile delle colonne (o di Michelozzo) immetteva nel giardino e che fungeva da ingresso principale nello spazio verde. Il Priapo era a pendant del busto di Adriano che sormontava il medesimo portale dal lato del cortile della colonne. Nel giardino, il Priapo fronteggiava i due Marsia posti ai lati dell’altra porta del giardino, quella su via Ginori, considerata un’uscita secondaria. La lastra recante l’iscrizione con il componimento del Becchi, ora murata entro uno dei cartelloni del cortile di Michelozzo, doveva essere apposta sotto la statua del Priapo, idealmente posto a guardia dell’”orto” mediceo insieme ai Marsia. La scultura, restaurata e dotata della sua epigrafe, doveva essere già ubicata nel giardino prima dell’agosto del 1464, quando Cosimo il Vecchio morì. Del resto, una datazione di poco successiva alla metà del XV secolo ben si addice anche alla lastra con l’epigrafe (Gunnella 1998). Nel Seicento – dopo l’acquisto del palazzo da parte dei Riccardi – il portale fu sostituito dalla grande apertura ad arco ancora esistente e dunque anche il corredo scultoreo fu smantellato. Infatti nella Nota delle statue e teste di marmo che sono al Palazzo di via Larga redatta nel 1677 con l’assistenza dello scultore Ercole Ferrata (vedi: Archivio / Documenti), il Priapo è registrato ridotto allo stato di “torso” su una porta del cortile “del Pozzo”, probabilmente quella ubicata nell’angolo nord-occidentale (Gunnella 1998, pp. 217-218; Caglioti 2000, p. 388). Dal Settecento la scultura non viene più menzionata.