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Filippo Lippi e i Medici

Periodo:

XV secolo


Firenze e provincia, Camaldoli, Spoleto

Il 13 agosto 1438, Filippo Lippi scriveva a Piero di Cosimo de’ Medici, allora residente alla villa del Trebbio in Mugello lamentando il mancato acquisto da parte del Medici di una tavola non meglio precisata, dipinta dall’artista. Allora dunque Filippo Lippi era già in rapporto con i Medici. Ciò è confermato da un’altra lettera del 1° aprile del medesimo anno anch’essa indirizzata a Piero de’ Medici, in cui il pittore Domenico Veneziano ricorda quali grandi artisti del momentofra’ Giovanni da Fiesole – oggi noto come Beato Angelico – e fra’ Filippo Lippi, che “hanno di molto lavorio da fare”.
Alcuni anni dopo, il Lippi dipinse la pala raffigurante la Madonna col Bambino e i santi Francesco, Cosma, Damiano e Antonio da Padova (Firenze, Galleria degli Uffizi)  per la cappella del Noviziato in Santa Croce, costruita intorno al 1445 da Michelozzo per volere di Cosimo il Vecchio come dono al complesso francescano. Nel dipinto le palle rosse su fondo oro che ornano il fregio architettonico e i santi Cosma e Damiano disposti ai lati della Vergine in posizione privilegiata mettono in risalto la commissione medicea: le palle richiamano lo stemma, mentre i due santi martiri, dediti alla medicina, erano stati assunti quali protettori della famiglia.
I santi Cosma e Damiano sono rappresentati anche in altre opere realizzate dal Lippi per i Medici o per committenti filomedicei. Fra questi ultimi, Alessandro degli Alessandri fece dipingere a Filippo la pala con San Lorenzo in trono fra i santi Cosma e Damiano (New York, Metropolitan Museum) per la chiesa della propria villa a Vincigliata presso Fiesole.
I due santi dottori e martiri tornano poi in una posizione di tutto rilievo nella lunetta con Sette santi (Francesco, Lorenzo, Cosma, Giovanni Battista, Damiano, Antonio Abate e Pietro Martire) realizzata a pendant della Annunciazione di medesimo formato (Londra, National Gallery). E’ molto probabile che in origine questi due pannelli fossero in Palazzo Medici, come fondali di una coppia di letti oppure come sovrapporta. La commissione medicea è ribadita nella lunetta con l’Annunciazione dalla divisa familiare dell’anello con la punta di diamante e le tre piume infilate, raffigurato nel parapetto sotto il vaso dei gigli in primo piano.
Per la cappella in Palazzo Medici, Filippo Lippi inoltre dipinse la pala d’altare raffigurante la Adorazione del Bambino. Nel 1459 Galeazzo Maria Sforza figlio del duca di Milano in visita a Firenze ammirò il dipinto da poco collocato sull’altare del sacello (ma oggi nei musei di Berlino; Schede Correlate>).
Nell’inventario stilato alla morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492 è ricordato nella grande camera al piano terreno del medesimo palazzo, un tondo raffigurante una Adorazione dei Magi riferito all’Angelico e stimato cento fiorini, una cifra molto alta per l’epoca. Tale dipinto è stato identificato con il cosiddetto Tondo Cook alla National Gallery di Washington, che secondo la critica recente il Lippi avrebbe realizzato con la collaborazione dell’Angelico o di un suo seguace o allievo (Benozzo Gozzoli?).
Risulta, invece, senza alcuna prova documentaria l’ipotesi che la Madonna col Bambino esposta nel museo di Palazzo Medici Riccardi fosse situata originariamente nella medesima residenza di via Larga (vedi Schede Correlate)
Secondo quanto racconta il biografo Giorgio Vasari (1550, 1568), il rapporto tra Filippo Lippi e Cosimo il Vecchio de’ Medici fu tutt’altro che semplice, dato che l’artista dimostrava un impegno discontinuo e un temperamento capriccioso. Un giorno Cosimo provò persino a rinchiudere Filippo nel proprio palazzo per costringerlo a portare a termine più velocemente un certo lavoro, ma il Lippi dopo due giorni fuggì calandosi dalla finestra con una corda costruita con le lenzuola.
Eppure il Medici protesse e aiutò sempre l’artista, anche nella sua vita privata. Filippo, dopo che nel 1456 a Prato era fuggito con la monaca Lucrezia Buti del convento di Santa Margherita, grazie alla intercessione del Medici presso papa Pio II ottenne il perdono, il proscioglimento dai voti per entrambi e dunque il permesso di sposarsi.
Anche gli altri componenti dell’illustre famiglia fiorentina manifestarono la propria preferenza per il Lippi. Nel 1456 Giovanni di Cosimo de’ Medici gli richiese un trittico da donare al re Alfonso V d’Aragona (Alfonso I re di Napoli). Come si ricava da uno schizzo dell’artista in una lettera del pittore inviata a Giovanni de’ Medici il 20 luglio 1457, l’opera raffigurava l’Adorazione del Bambino nella tavola centrale e nei laterali Sant’Antonio Abate e San Michele Arcangelo. I pannelli laterali sono le uniche porzioni dell’opera a noi pervenute (Cleveland, Cleveland Museum of Art).
Nel 1463 su commissione di Piero di Cosimo de’ Medici, il Lippi iniziò l’Adorazione del Bambino per l’altare di una cella nell’eremo di Camaldoli, dedicata a san Giovanni Battista e un tempo recante le armi dello stesso Piero e della moglie Lucrezia Tornabuoni. La composizione del dipinto ora agli Uffizi riprende quella della pala per la cappella in palazzo Medici, con la variante di san Romualdo – a cui era dedicato l’eremo canaldolese – al posto del san Bernardo.
L’8 ottobre 1469 moriva a Spoleto Filippo Lippi, che da misero fanciullo orfano di un povero beccaio era divenuto uno degli artisti più stimati e apprezzati a Firenze intorno alla metà del Quattrocento. Di questa ascesa professionale e sociale erano stati fautori e promotori fondamentali i Medici, in particolare Cosimo il quale – stando a quanto racconta il Vasari – poco prima di morire nel 1464 fece da tramite anche per l’ultima grande impresa del Lippi: gli affreschi nell’abside della cattedrale di Santa Maria Assunta a Spoleto, il cui contratto venne stipulato nel 1466.
In seguito Lorenzo il Magnifico fece erigere il monumento sepolcrale per l’artista sepolto nello stesso Duomo spoletino. Il sarcofago disegnato dal figlio di Filippo, Filippino Lippi, reca a rilievo un busto-ritratto del pittore e una lapide con iscritto un epitaffio del poeta Agnolo Poliziano:
conditvs hic ego svm pictvre fama philippvs / nvlla ignota mee est gratia mira manvs / artificis potvi digitis animare colores / sperataqve animos fallere voce div / ipsa meis stvpvit natvra expressa figvris / meqve fassa est artibvs esse parem / marmoreo tvmvlo medices lavrentivs hic me / condidit ante hvmili pvlvere tectvs eram
(“Qui sono sepolto io, Filippo, gloria della pittura: / a nessuno è ignota la mirabile grazia della mia mano. / Con le mie dita d’artista ho saputo infondere vita ai colori / ed ingannare a lungo gli animi che speravano di udirne la voce. / La natura stessa, fatta manifesta, si meravigliò delle mie figure / e confessò che la mia arte è pari alla sua. / Lorenzo de’ Medici mi ha posto in questo sepolcro di marmo / prima ero coperto di umile polvere”).