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I modelli dei luoghi teatrali: modello interpretativo dell’apparato teatrale del 1539

Periodo:

1980


Luogo:

Palazzo Medici Riccardi


Legno; scala 1:25.

Situato in: secondo cortile di Palazzo Medici.

Il modello interpretativo dell’apparato teatrale del 1539, allestito per la rappresentazione de Il Commodo di Antonio Landi in occasione delle nozze di Cosimo I con Eleonora di Toledo, è stato progettato e realizzato da Ferdinando Ghelli per la mostra La scena del principe (1980).
Le mostre riscossero enorme successo sia in Italia che all’estero: Il luogo teatrale venne presentata a Vienna, Mosca, Leningrado, Dresda, Francoforte e Berlino mentre la scena del Principe fu ospitata in diverse città della Spagna e della Francia.
Secondo il progetto originale, le maquettes e i materiali utilizzati per gli allestimenti avrebbero poi dovuto trovare collocazione stabile in uno spazio pubblico, al fine di creare un Museo del Teatro, tanto auspicato dallo Zorzi, che potesse essere al contempo luogo espositivo di documentazioni di vario genere (fotografie, modelli, eccetera) e centro di studi e ricerche legato alla storia della città e del territorio. L’Istituto Ludovico Zorzi per le Arti dello Spettacolo, sorto a Firenze nel 1988, si è occupato di portare avanti l’ambizioso progetto che tuttavia, a tutt’oggi, non è ancora stato realizzato.

A partire dal 1975, Palazzo Medici Riccardi ospitò tre importanti mostre dedicate ai temi della musica e dello spettacolo nella Firenze medicea: Il luogo teatrale a Firenze, del 1975, La scena del Principe, del 1980 e Teatro e spettacolo nella Firenze dei Medici, del 2001. Quest’ultima, ripercorrendo la storia delle maggiori rappresentazioni teatrali dell’epoca attraverso tredici riproduzioni lignee (fra cui il modello dell’apparato del 1539), si pone come sintesi delle prime due esposizioni e omaggio al loro ideatore, il critico, saggista e professore di storia del teatro Ludovico Zorzi (Venezia, 1928 – Firenze, 1983).

Nella Firenze rinascimentale, il culto della civiltà greca e romana portò la riscoperta del teatro classico; la ricerca prospettica, il gusto per le proporzioni e per le simmetrie, si condensarano nella profondità della scena teatrale, mentre le famiglie egemoni organizzavano spettacoli, cortei, processioni e feste come strumento di propaganda politica. Tali rappresentazioni, dapprima per lo più a carattere sacro e allestite in luoghi pubblici come chiese e piazze, assunsero, durante la seconda restaurazione medicea, un carattere sempre più elitario, ritirandosi all’interno delle abitazioni signorili. A partire dal Cinquecento, il teatro acquisì un ruolo sempre più centrale: la scena illusionistica, costellata di stucchi, di teli, di prospettive rapide e scorciate, incarnava lo spirito pletorico e artificioso della Maniera, in un oscillante equilibrio tra realtà e finzione: “Il gusto manierista della metamorfosi, dell’inganno, della sperimentazione, trova nel teatro un punto di applicazione privilegiato. La scena è il luogo di scambio fra realtà e finzione e l’artista della Maniera si impegna a rendere questo intreccio una dialettica ininterrotta, all’insegna della sorpresa, del virtuosismo e del prodigio tecnico” (Pinelli 2003, p.143). Nei due secoli d’oro dell’arte toscana, i luoghi deputati alla rappresentazione, alla festa, allo spettacolo, mutarono, e le tecniche rappresentative si fecero sempre più elaborate. Il Teatro divenne luogo teatrale, ovvero “uno spazio non nato con una specifica destinazione allo spettacolo, ma adatto occasionalmente e progressivamente alle rappresentazioni in circostanze ‘memorabili’. Queste strutture, nella situazione fiorentina, si identificano con le chiese, le sale e con i cortili o i giardini di palazzi privati” (Zorzi 2001, p.18).

Luogo teatrale per eccellenza fu Palazzo Medici, nel cui giardino si svolsero due tra gli eventi più signficativi di quel periodo: i festeggiamenti per Margherita d’Austria, giunta a Firenze nel 1533 per incontrare il suo futuro sposo Alessandro de’ Medici, e quelli per le nozze tra Cosimo I e Eleonora di Toledo nel luglio del 1539. In quest’occasione venne messo in scena Il Commodo di Antonio Landi, con intermezzi di Giovan Battista Strozzi musicati dal Corteccia. L’allestimento del giardino e le scenografie furono ad opera di Bastiano detto Aristotele da San Gallo, assistente di Giorgio Vasari.
Per la trasformazione del giardino, Aristotele allestì una spettacolare copertura di teli che rimandava agli antichi velarium; ai lati del palco, le basse tribune lignee per gli spettatori erano raccordate, sul loggiato del lato corto, nella tribuna d’onore, dalla quale il Principe e la corte assistevano allo spettacolo. Dietro gli spalti si ergevano pareti lignee sulle quali erano posti grandi quadri che ritraevano le glorie della famiglia, con chiaro intento celebrativo-encomiastico. Sul palcoscenico la scena era fissa, con elementi architettonici posti frontalmente e subito riconoscibili (la torre di Pisa, il Duomo, il Battistero) e una lunga piazza centrale in prospettiva. Elemento degno di nota era certamente il congegno del sole semovente, composto da una sfera di cristallo contornata di raggi dorati riempita d’acqua, dietro la quale erano due torce che illuminavano l’intero palco, mentre un argano faceva muovere la palla baluginante lungo un arco, riproducendo il movimento del sole dall’alba al tramonto.Una descrizione quanto mai accurata dell’apparato ci viene da Vasari, che la riporta nella vita di Aristotele da San Gallo:
“fece Aristotile nel cortile grande del palazzo de’ Medici, dove è la fonte, un’altra scena che rappresentò Pisa, nella quale vinse se stesso, sempre migliorando e variando. Onde non è possibile mettere insieme mai né la più variata sorte di finestre e porte, né facciate di palazzi più bizzarre e capricciose, né strade o lontani che meglio sfuggano e facciano tutto quello che l’ordine vuole della prospettiva. Vi fece oltra di questo il campanile torto del Duomo, la cupola et il tempio tondo di S. Giovanni con altre cose di quella città. (…) Appresso ordinò con molto ingegno una lanterna di legname a uso d’arco, dietro a tutti i casamenti, con un sole alto un braccio fatto con una palla di cristallo piena d’acqua stillata, dietro la quale erano due torchi accesi che la facevano in modo risplendere, che ella rendeva luminoso il cielo della scena e la prospettiva in guisa che pareva veramente il sole vivo e naturale. E questo sole dico, avendo intorno un ornamento di razzi d’oro che coprivano la cortina, era di mano in mano per via d’un arganetto, che era tirato con sì fatt’ordine, che a principio della comedia pareva che si levasse il sole, e che salito infino al mezzo dell’arco, scendesse in guisa, che al fine della comedia entrasse sotto e tramontasse.” (Vasari 1568, p.727).

  • P. Ventrone, “Una visione miracolosa e indicibile”: nuove considerazioni sulle feste di quartiere, in “Teatro e spettacolo nella Firenze dei Medici. Modelli dei luoghi teatrali”, catalogo della mostra a cura di E. Garbero Zorzi e M. Sperenzi, Firenze, Olschki, 2001, pp. 39-53.
  • Teatro e spettacolo nella Firenze dei Medici: modelli dei luoghi teatrali, catalogo della mostra (Firenze, Palazzo Medici Riccardi, 1 aprile – 9 settembre) a cura di E. Garbero Zorzi e M. Sperenzi, Firenze, Leo S. Olschki, 2002 (‘Cultura e memoria’; 20).