L’esilio di Cosimo il Vecchio
Periodo:
1433-1434
Luoghi:
Firenze, Padova, Venezia
Dopo la morte del padre Giovanni di Bicci, Cosimo il Vecchio si concentrò con grande passione negli affari ottenendo peraltro grande successo. Intanto arricchiva la propria formazione con viaggi e studi classici, spesso coltivati durante lunghe permanenze nelle tenute di campagna, di cui seguiva da vicino l’andamento produttivo. Intorno alla figura di Cosimo i consensi andarono allargandosi, grazie a una clientela sempre più ampia che stava assumendo i caratteri di una vera e propria consorteria politica. Esponente di maggior spicco di tale consorteria era Puccio di Antonio Pucci. Del resto Cosimo, con la sua prudenza e la sua oculatezza, aveva riunito intorno a sé un consenso molto vasto e solido da parte delle fasce popolari, pur senza esporsi in un conflitto aperto con la fazione oligarchica allora al potere nel governo cittadino (la riforma del 1411). Morto Maso degli Albizzi nel 1417, tale fazione aveva perduto il suo massimo rappresentante. Infatti il figlio Rinaldo non seppe far fronte ai malumori e allo scontento che circolavano in città, a causa della pressione fiscale generata da sfortunate e lunghe imprese belliche, quali la guerra contro la Milano viscontea e la conquista di Lucca. In tale contesto la figura emergente di Cosimo divenne sempre più scomoda e pericolosa. Finché nel 1433 Bernardo Guadagni, gonfaloniere di giustizia e esponente della fazione legata a Rinaldo degli Albizzi, fece imprigionare Cosimo nel carcere situato nella Torre di Arnolfo in Palazzo Vecchio (il cosiddetto ‘Alberghetto’), probabilmente con l’intento di ucciderlo. Inutilmente il fratello Lorenzo cercò di riunire gente armata in Mugello per fare poi a Firenze il colpo di mano. Ma proprio perché la tensione era tanta, nel novembre Cosimo ebbe salva la vita e fu condannato all’esilio, con dieci anni di domicilio coatto a Padova; stessa sorte toccò a Lorenzo, destinato per cinque anni a Venezia. Durante il viaggio verso il nord Italia sostò presso città come Ferrara e Modena e sempre fu accolto con onore da vari potentati e personaggi influenti. Era accompagnato da amici come l’architetto Michelozzo, mentre manteneva contatti con collaboratori e alleati fedeli rimasti a Firenze. Intanto Venezia, alleata di Firenze, chiese l’ampliamento del territorio assegnato al Medici nell’esilio e ottenne di poterlo ospitare. Così Cosimo prese a risiedere nell’Isola di San Giorgio nella foresteria del complesso benedettino omonimo circondato da una rinomata cerchia di letterati, artisti ed eruditi. Per il monastero di San Giorgio Maggiore fece costruire a Michelozzo una importante biblioteca (distrutta nel 1614). Inoltre, Cosimo trasferì a Venezia la sede del proprio banco, evitando così il tracollo delle proprie attività finanziari e anzi approfittando del soggiorno presso la Serenissima per intessere proficue relazioni economiche e politiche. A Firenze, per converso, l’assenza del banco Medici sembra provocasse una stagnazione economica che potrebbe aver favorito il malcontento imperante. Di fatto nell’agosto del 1434 i sostenitori del Medici riuscirono a fare salire al potere un collegio dei Priori di stampo filo-mediceo con Niccolò di Donato Cocchi gonfaloniere. Rinaldo degli Albizzi tentò di assaltare Palazzo della Signoria con un manipolo di armati. Fallito l’attacco, nel settembre una balia nominata appositamente abolì le condanne dell’anno prima richiamando in patria Cosimo il Vecchio, condannando invece all’esilio l’Albizzi e altri suoi sostenitori come Matteo e Palla Strozzi, i Peruzzi, i Frescobaldi, i Ricasoli. Rinaldo degli Albizzi fu condannato a vivere otto anni nel regno di Napoli. Storici e artisti celebrarono il rientro di Cosimo in città come un evento “trionfante” “con tanto concorso di popolo” (fonti a stampa: Machiavelli [1520-1527]). In realtà Cosimo giunse di notte e per prudenza si tenne nascosto nelle stanze di Palazzo della Signoria per qualche tempo, per avere la garanzia del consenso effettivo. Una volta venuto allo scoperto e accolto con grandi festeggiamenti, il Medici si recò a far visita a papa Eugenio IV, allora a Firenze ospitato nel convento di Santa Maria Novella. Con il pontefice Cosimo ebbe un valido rapporto di amicizia. Progressivamente, con prudenza e lucidità, il Medici riuscì a concentrare sotto di sé il controllo dello stato segnando così la fine del governo comunale e l’inizio della Signoria. Cosimo affermò il proprio primato politico come primus inter pares legandolo al proprio indiscusso successo economico riconosciuto in tutta Europa, alle influenti relazioni che aveva costruito con i principali potentati d’Italia, a un’oculata opera di elargizioni e di favoritismi atti a rinsaldare e ampliare la rete degli alleati riconoscenti e debitori. Così mantenne per un trentennio una posizione egenome pressoché incontrastata, arbitro della politica, della economia e della cultura a Firenze.
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