Angeli cantori e adoranti: le pitture murali della Cappella dei Magi
Periodo:
post maggio del 1459 - ante 1464 (probabilmente, autunno-inverno 1459-1460)
Committente / Collezionista:
Luogo:
Firenze, via Cavour n. 3: Palazzo Medici Riccardi, cappella dei Magi, pareti occidentale e orientale nella scarsella.
Pittura ad affresco e a secco (a tempera e a olio).
Misure:
Pareti laterali della scarsella rispettivamente a ovest e a est, ciascuna: cm 405 x 263, parte superiore; cm 101 x 263, zoccolo dipinto; parete nord, sul fondo della scarsella: cm 405 x 274, parte superiore; cm 154 x 274, zoccolo dipinto. I due cherubini sono stati rinvenuti in occasione del recente restauro (1988-1992).
Iscrizioni:
Nella scarsella: (“GLORIA, IN EXCELSIS DEO ET IN TERRA”, “ADORAMUS TE GLORIFICAMUS TE” “ET IN TERR[A] PAX” GLORIA, IN EXCELSIS DE[O], ET IN TERRA], sulle aureole degli angeli in piedi e nella tunica a sinistra; ADORAMUS TE GLORICA[MUS TE], sulle aureole degli angeli inginocchiati; ET IN TERR[A] PAX, sulla tunica dei due angeli all’estrema sinistra; IOHA[NNES], sul libro sotto l’aquila, simbolo dell’evangelista Giovanni.
Schiere angeliche
I gruppi angelici sono distribuiti simmetricamente sulle due pareti laterali della scarsella, occidentale e orientale. Essi svolgono il ruolo di intermediari fra l’umano e il divino, fra i Magi e i pastori rappresentati nel vano principale e Maria Vergine adorante il Bambino appena nato, raffigurata nella pala d’altare. In alto nel cielo impreziosito dall’azzurro del lapislazzuli e dalle nubi bianche e rosa punteggiate d’oro, spuntano le testoline infantili, ciascuna fra quattro ali, dei cherubini blu e dei serafini rossi, che con i loro colori richiamano rispettivamente la sapienza e l’amore di Dio. Ancora in cielo, spuntando dalle nubi, gli angeli in volo prendono forma umana, assumendo l’aspetto di fanciulli pre-adolescenti, dalle bionde chiome e dalle fisionomie asessuate. A terra gli angeli abbandonano una piattaforma fatta di nubi e poggiano i piedi sull’erba del prato fiorito. Recano ali multicolori adorne di occhi come le piume di pavone; indossano eleganti tuniche diversificate nei colori e negli accostamenti, con bordure dorate e gemmate. Gli angeli in piedi, divisi in due gruppi simmetrici (l’uno sulla parete sinistra e l’altro su quella destra), si dispongono a schiera formando due ali di un coro e intonano l’inno del Gloria; i cui versi si leggono iscritti nelle aureole dorate e in alcune vesti (“gloria, in excelsis deo et in terra”, “adoramus te glorificamus te” “et in terr[a] pax”). L’inno, compreso nella liturgia della Chiesa romana nel VI secolo, riprende le parole proclamate dagli angelinella notte della nascita di Gesù, secondo il Vangelo di Luca (2, 24): “Gloria in altissimis Dei, et in terra pax hominibus bonae voluntatis”). Sulla parete sinistra (ovest), i due angeli nella prima fila del coro, che si tengono affiancati intrecciando fra loro le braccia, sono i direttori del coro e tengono il tempo con le dita. Sulla parete opposta (est), invece l’angelo al centro, che indossa un piviale sulle spalle e una stola diaconale intrecciata sul petto, è il solista ed intona il canto come un sacerdote durante il rituale liturgico. La sua veste reca colori (rosso, verde, blu, azzurro) e insegne (il motivo delle palle chiuse entro un anello) cari all’immaginario e alla araldica dei Medici. In primo piano un’altra schiera angelica è inginocchiata in silenziosa adorazione verso il Bambino rappresentato nella pala d’altare. Presentano la testa reclinata, gli occhi abbassati, le mani giunte o incrociate sul petto. L’atto di preghiera e adorazione è esplicitato dall’iscrizione nelle aureole: “adoramus te glorificamus te”. Ciascuno di questi angeli ha due coppie di ali: quelle in basso aperte, quelle in alto chiuse. Si tratta evidentemente della schiera angelica più importante, quella degli arcangeli. In secondo piano, gli angeli coronari si muovono leggiadri come in una danza fra i cespugli di rose bianche e rosse, simbolo della purezza e della carità di Maria Vergine. Essi recidono fiori e intrecciano festoni vicino al recinto che chiude il prato in primo piano, ideale continuazione del prato fiorito raffigurato nella pala d’altare di Filippo Lippi, in origine sull’altare.
Paesaggio, flora e fauna
La scena si svolge in un paesaggio idilliaco che traduce con termini idilliaci i tratti del paesaggio toscano. Contro l’orizzonte terso e luminoso degradano i crinali di dolci colline. Nella parete est queste si alternano a costoni rocciosi a picco su specchi d’acqua (mare o lago) solcati da imbarcazioni.
Insediamenti: una città cinta da mura, dove alcune sagome richiamano edifici fiorentini, quali Palazzo della Signoria, il Battistero, il campanile della Badia; borghi fortificati; ville; oratori e monasteri.
Alcuni elementi della flora e della fauna potrebbero assumere significati simbolici.
Animali, parete occidentale: pavone (sul recinto del giardino), simbolo di resurrezione e immortalità; gli occhi, che ornano le piume della coda ricorrenti nelle ali degli angeli, richiamano la sapienza di Dio. Il pavone è anche un’impresa cara a Piero de’ Medici (vedi scheda: Imprese e divise medicee) anatra, gallo cedrone o urogallo, upupa crestata, cardellino, gazza, lucherino (?) (i sei uccelli in primo piano presso lo specchio d’acqua in primo piano).
Animali, parete orientale: pernice (caduto il colore originario a tempera, la sagoma è ritagliata sull’intonaco levigato grezzo), attributo della Vergine Maria, perché come la pernice si volge verso il suo compagno, così Maria si volge verso l’arcangelo Gabriele nell’Annunciazione; due pappagalli verdi, attributo mariano, poiché il verso dell’uccello richiama l’Ave; il saluto dell’Arcangelo Gabriele a Maria nell’Annunciazione, simbolo di innocenza e Immacolata Concezione.
Fiori: rose bianche e rose rosse in cespugli a spalliera, senza spine – alludono alla purezza e all’amore di Maria Hortus conclusus: il guardino chiuso e delimitato da spalliere di rose, recinzioni a canne intrecciate e un basso muretto, è un’allegoria dell’Immacolata Concezione e della verginità di Maria.
Piante: melograno, simbolo di castità, Resurrezione e concordia delle parti arancio; è anche simbolo del Paradiso, di Redenzione e vita eterna. Dette mala aurantia, le arance richiamano anche le palle o bisanti dello stemma mediceo. Cipresso, palma, cedro, olivo: secondo una leggenda, la croce di Cristo fu costruita con i legni di cipresso, palma, cedro e ulivo. Albero secco che si contrappone all’albero verde e germogliante e allude al peccato e alla morte, vinti dalla Redenzione che Gesù Cristo con la sua incarnazione, morte e resurrezione, arreca all’umanità.
Da alcune lettere del carteggio di Piero de’ Medici, risulta che il Medici non gradiva i serafini e desiderava che fossero eliminati; di rimando il pittore, appoggiato da Roberto Martelli li difende. Cherubini e serafini trovano un precedente in ambito mediceo nella serie a stucco dipinto nella Sagrestia Vecchia di San Lorenzo.