Piero il Gottoso detto, Piero di Cosimo de’ Medici
Firenze, 1421 - Firenze, 1469
Attività:
Banchiere, signore di Firenze
Figlio primogenito di Cosimo il Vecchio, gli successe come signore di Firenze. L’appellativo “il Gottoso”, con cui è generalmente noto, ricorda la malattia che lo ha afflitto a lungo con forti dolori che lo costrinsero a una vita molto ritirata, relegandolo spesso a letto. Nel 1433-1434, con la messa al bando del padre, Piero soggiornò presso importanti centri del nord Italia, in particolare a Venezia e Ferrara, dove poté assorbire la raffinata cultura di corte grazie anche a dotti insegnamenti che lo portarono a divenire fra l’altro un ottimo conoscitore delle lingue classiche. Fu a Ferrara anche in occasione del concilio del 1437-39, prima del suo trasferimento a Firenze: l’impronta aristocratica della corte degli Este, presso la quale era ospite, segnò la sua personalità, affievolendo le austere e rigorose istanze del primo umanesimo fiorentino che invece avevano segnato l’indole e l’operato del padre Cosimo. Le preferenze estetiche e intellettuali di Piero traspaiono chiaramente dalle opere d’arte da lui commissionate, che non sono più imponenti edifici che si impongono nel contesto urbano o rurale, ma sono manufatti in scala ridotta destinati spesso a interni, opere ricche di dettagli preziosi e minuti, con colori netti e vivaci, superfici levigate e lucenti, materiali pregiati, forme ricercate. Anche i suoi interessi collezionistici avevano i medesimi connotati e spaziavano dall’arazzo fiammingo al cammeo antico, dal codice antico al libro miniato, dalle armi da parata agli strumenti musicali. Il suo gusto, spesso in sintonia con le teorie di Leon Battista Alberti, impresse alla cultura fiorentina accenti nuovi, preziosi, ricercati e sofisticati, ad emulazione della cultura delle corti del nord Italia. Rientrano già in questa propensione i due tempietti commissionati da Piero e realizzate su disegno di Michelozzo: il tabernacolo del Crocifisso in San Miniato al Monte (cominciato nel 1447) e quello dell’Annunciazione nella Santissima Annunziata (1448-1452). Michelozzo opera ancora per Piero de’ Medici in collaborazione con Luca della Robbia realizzando lo straordinario studiolo in Palazzo Medici, probabilmente compiuto nel 1456 (distrutto), celebrato fra gli altri anche dal Filarete nei suoi scritti. Nel piccolo ambiente rivestito in terracotta invetriata e pannelli lignei intarsiati era custodita una straordinaria raccolta di volumi, puntualmente divisi per generi, medaglie, monete, gemme antiche, ed altre pregiate rarità. Due inventari redatti rispettivamente nel 1456-58 e nel 1464 testimoniano la ricchezza e la varietà della sua collezione. Due lettere scritte da Benozzo Gozzoli testimoniano che Piero seguì personalmente anche l’esecuzione degli affreschi nella cappella di Palazzo Medici iniziati nel 1459 e probabilmente ne sovrintese anche l’arredo. Fra gli artisti a cui rivolse le proprie commissioni ci furono inoltre Mino da Fiesole, Andrea Verrocchio, Alesso Baldovinetti, Beato Angelico, Domenico Veneziano, i fratelli Piero e Antonio Pollaiolo. Nel 1444 Piero il Gottoso sposò Lucrezia Tornabuoni, compagna colta saggia e fedele, appartenente a una importante famiglia fiorentina da sempre filomedicea. Da tale unione nacquero cinque figli: Lorenzo, Giuliano, Maria, Bianca, Lucrezia detta Nannina. Ad essi Piero e Lucrezia impartirono un’educazione d’alto rango e una formazione molto elevata, in un ambiente molto colto ed elitario. Morto Cosimo nel 1464, Piero già quasi cinquantenne dovette raccogliere una difficile eredità politica densa di tensioni e minacce al primato famigliare, accentuate dalla crescente crisi economica. Ma non mancarono i riconoscimenti dai sovrani forestieri: Luigi XI re di Francia concesse al nuovo signore di Firenze l’onore di rivestire una palla del suo stemma con tre gigli d’oro su campo azzurro appartenenti allo stemma Angiò. Nei soli cinque anni di governo, Piero dovette però affrontare la fazione antimedicea, allora capeggiata da Luca Pitti, che riprese vigore. Intorno al Pitti si riunì un gruppo nutrito di fiorentini pronti a preparare un’azione armata per rovesciare il potere mediceo, sia pure con varie divisioni interne. Fra i congiurati vi erano anche Agnolo Acciaioli, già filomediceo, Diotisalvi Neroni, fino ad allora intimo amico di Cosimo il Vecchio e consigliere di Piero, e Pierfrancesco de’ Medici, cugino di Piero. L’agguato fu programmato per il 26 agosto 1466 sulla strada che da Firenze conduceva alla villa di Careggi, ma fu sventato da Lorenzo, figlio di Piero che nel frattempo cambiava tragitto. Con l’occasione, mentre si infliggevano le condanne ai congiurati, Piero strinse ulteriormente il controllo sulle cariche amministrative del governo fiorentino. Nel frattempo le difficoltà crescevano anche in politica estera. Nel 1467 scoppiò la guerra contro Venezia, la cui alleanza si era rotta da quando i Medici avevano appoggiato l’ascesa di Francesco Sforza sul ducato di Milano. Ma i fiorentini, con l’aiuto proprio del ducato di Milano e del regno di Napoli sconfissero a Imola l’esercito della Serenissima capeggiato da Bartolomeo Colleoni. Nel dicembre del 1469, prostrato dalla malattia e dagli affanni di governo, Piero moriva per emorragia cerebrale. Pochi mesi prima, aveva potuto assistere a un altro importante successo personale e famigliare: era stato celebrato il matrimonio del primogenito Lorenzo con una nobile romana, Clarice Orsini, appartenente a una importante famiglia della corte pontificia. A Piero il Gottoso e al fratello Giovanni venne dedicato il monumento sepolcrale nella Sagrestia Vecchia (1472) realizzato da Andrea Verrocchio su richiesta di Lorenzo e Giuliano, figli e giovani successori di Piero.
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