Apollo, Marsia e Olympos
Ultime decadi del I sec. a.C. - inizi del I sec. d.C.
Committente / Collezionista:
Luogo:
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Inventario:
inv. 26051
Link:
Intaglio su corniola venata di scuro, convessa sul retro; ricomposta da un certo numero di frammenti; mm. 40×34.
Iscrizioni:
In prossimità dell’angolo superiore sinistro: “LAU[RENTIUS] MED[ICI]”
La scena dell’intaglio rappresenta il momento che segue la vittoria di Apollo nella sfida musicale lanciata da Marsia; inoltre precede il supplizio il supplizio, a cui il dio ha condannato il satiro per la sua superbia.
Apollo è rappresentato come un giovane nudo dai capelli lunghi con un panneggio intorno ai fianchi e alle gambe e con una lira in mano. Accanto Marsia è seduto su una pelle di leone stesa su una roccia, con le mani legate dietro la schiena a un tronco d’albero. Il satiro, con la testa china e gli occhi abbassati, aspetta prostrato il supplizio. In ginocchio in primo piano, è Olympos, il fanciullo mitico flautista che implora il dio di avere pietà per il suo maestro Marsia. Dai rami spogli pende la custodia del flauto di Marsia che giace a terra abbandonato sul fondo: il particola sembra prefigurare la fine di Marsia, che sarà sospeso all’albero secco e spellato vivo da uno scita.
La scena è carica di drammaticità. Alla figura flessuosa e enfatica di Apollo si contrappone quella tesa e ferma di Marsia. La tensione acquista dinamicità nella invocazione — sia pur vana — di Olympos.
Forse presente nella collezione di Augusto, la corniola poteva alludere alla vittoria di Azio, identificando Augusto in Apollo e Antonio in Marsia.
Nel Medioevo l’intaglio è stato interpretato come un’allegoria delle tre età dell’uomo. Nel Rinascimento, in ambito neoplatonico prossimo a Lorenzo il Magnifico, la scena è stata letta come una metafora della vittoria dell’intelletto sugli istinti brutali.
Persia, corti di Samarcanda o Herat (metà XV sec.) (?); Ludovico Trevisani, patriarca di Aquileia, cardinale Scarampi o Mezzarota; Napoli, re Alfonso d’Aragona; Roma, collezione Paolo II Barbo (1457-1471 circa); Roma, papa Sisto IV Della Rovere; Lorenzo il Magnifico de’ Medici (1471); Firenze, Palazzo Medici in via Larga (oggi via Cavour), studiolo al primo piano.
L’intaglio della bellissima gemma è attribuito a Dioskourides, maestro di glittica priginaro di Alessandria, prediletto da Augusto e felice interprete della sua propaganda politica. E’ probabile che la corniola facesse parte del tesoro dello stesso Augusto.
La corniola era una delle gemme antiche più celebri nel Rinascimento. Lorenzo Ghiberti realizzò il castone per la gemma, che riteneva opera di Pirgotele o Policleto. La montatura, descritta dal Ghiberti e già perduta nel Settecento, aveva la forma di un drago fra foglie di edera che chiudeva, fra le proprie ali e la testa abbassata, l’ovale della corniola. Inoltre vi eraun’iscrizione desunta da una moneta di epoca neroniana, poiché si riteneva che la gemma fosse appartenuta a Nerone, che secondo le fonti amava suonare la lira come Apollo. Ben presto si credette che la gemma con la montatura di Ghiberti in collezione Medici fosse il “Sigillo di Nerone”.
La celebre corniola fu riprodotta da innumerevoli copie, in cammei, placchette, medaglie, disegni, dipinti, partiti ornamentali per architetture, codici miniati. Alla figura di Apollo si sostituisce spesso quella di Mercurio, protettore del commercio e degli affari.
Mentre menziona la gemma nei suoi Commentari, Ghiberti non ricorda il proprietario della corniola, committente della montatura, mentre il Vasari (1568) lo identifica con Giovanni, figlio di Cosimo il Vecchio. Invece il Filarete cita la gemma come “corniola del Patriarca”, che era Ludovico Trevisani (1401-1465), patriarca di Aquileia, nonché cardinale Scarampi o Mezzarota. Amico dell’umanista Niccolò Niccoli, il Trevisani ne acquistò la collezione di gemme a Firenze, dove fu arcivescovo dal 1437 al 1439. Fra i pezzi più preziosi del Trevisani c’erano anche il Diomede e il Palladio e la Tazza Farnese, esposti insieme al resto della collezione in San Lorenzo in Damaso, sede del suo titolo cardinalizio ricevuto nel 1440. Dunque fu il Trevisani a chiedere al Ghiberti la montatura durante uno dei suoi soggiorni fiorentini, anziché Giovanni di Cosimo de’ Medici come riferisce il Vasari (1568; Caglioti, Gasparotto, 1997).
Alla morte del Trevisani, la gemma entrò nella collezione di papa Paolo II Barbo, che una volta defunto (1471) venne messa in vendita dal successore Sisto IV tramite il banco Medici-Tornabuoni. La corniola, insieme ad altre gemme e medaglie, fu acquistata da Lorenzo il Magnifico a Roma nel 1471. E’ descritta nell’inventario dei beni del Magnifico redatto nel 1492. La gemma rimase in collezione Medici fino alla morte del duca Alessandro. Tramite la vedova di quest’ultimo Margherita d’Austria entrò in collezione Farnese (per le notizie sulla provenienza delle gemme medicee oggi nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, si veda: La collezione di gemme).
La notorietà della corniola nel Quattrocento è testimoniata da una serie di copie, proposte da placchette, miniature e dipinti (Dacos 1973, pp. 158-160). Fra l’altro è ritratta nel pendente sullo scollo del Ritratto di Simonetta Vespucci di Sandro Botticelli, ora a Francoforte (Städelsches Kunstinstitut).
Alcune placchette recano incisa la citazione desunta dalla moneta neroniana, già inserita da Ghiberti nella sua montatura perduta (In the Light of Apollo… 2003, p. 233).