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Tempera su tela; cm. 205 x 147,5.
Si osservano diversi ‘pentimenti’: nella mano sinistra del centauro, nel mantello sulla spalla destra della donna, nella sagoma dello scudo.
La pellicola pittorica è molto sottile, tanto che si può vedere a occhio nudo la trama della tela.

Il dipinto rappresenta in primo piano una figura femminile, imponente e armoniosa, dall’aria assorta e lievemente malinconica, di solito riconosciuta come Pallade. Ha una folta capigliatura bionda ornata da una corona dirami di olivo intrecciati con un diamante sulla sommità entro un castone a quattro foglie. La giovane donna indossa una veste leggera bianca e trasparente, ornata da motivi di anelli con punta di diamante intrecciati a tre o a quattro, concatenati o da soli. E’ avvolta da un ampio manto verde. Come a formare una corazza vegetale che fa aderire al corpo la veste, una trama di tralci di olivo le cingono le spalle, le braccia, i seni, i fianchi; anelli diamantati fissano gli intrecci dei rami, mentre due diamanti incastonati emergono sulla sommità dei seni. Ai piedi vi sono stivaletti di cuoio, tagliati sul davanti a mo’ di calzari all’antica. La donna infine porta armi difensive, un’alabarda (“un’azza o mazzapicchio”, in Acidini 1991) splendidamente cesellata con un diamante incastonato e uno scudo sulle spalle.
Con la mano sinistra trattiene dolcemente per i capelli un centauro, con barba e capelli lunghi, che cede alla presa ritroso e triste, ma remissivo. Egli ha in mano un arco all’orientale con una impugnatura rossa e nera e tiene a tracolla il turcasso con le frecce. Entrambi i personaggi, dunque, possiedono armi — manufatti semplici e rudimentali quelle del centauro, opere eccelse d’arte applicata quelle della donna; d’offesa le une, di difesa le altre: ma nessuno dei due le usa o mostra intenzione di farlo.
Incombe sulle due figure uno sperone di roccia che spunta dalla parete sulla sinistra. Sullo sfondo, al di là di uno steccato con assi spezzate c’è una distesa di acqua — forse un lago o un golfo — chiusa da un lido semicircolare. La composizione, in particolare il viso della Pallade e le rocce, sono inquadrate dal basso verso l’alto.
La scena non conosce precedenti iconografici. Del tutto singolare risulta la figura femminile, sia nell’atteggiamento, sia nelle vesti e negli attributi. La tradizionale identificazione con Pallade può essere messa in dubbio dall’assenza di alcuni attributi propri della dea, quali l’elmo, l’egida e la spada. La figura del centauro arciere è un motivo che riscosse particolare interesse nell’arte fiorentina dalla metà del Quattrocento, insieme ad altri personaggi semi-ferini come i satiri attinti dal mito. Fin dall’antico, i centauri — fatta eccezione per il saggio Chirone — rappresentavano gli istinti incontrollati e le passioni più irrazionali. Da tale considerazione e alla luce della netta contrapposizione dei due personaggi, la coppia è stata in genere interpretata come l’allegoria del dominio della virtù dettata dalla ragione sull’istintualità, le passioni e il vizio. La lettura della composizione è comunque ancora oggetto di dibattito (vedi Fortuna e Critica: Interpretazioni).

Attribuzioni
Il dipinto è stato sempre riferito a Botticelli sin dalle citazioni delle fonti cinquecentesche. Non sono noti però documenti coevi (come contratti, diari, registri di bottega) che attestino l’attribuzione.

Datazioni
Il dipinto è stato datato al 1482 da coloro i quali lo ritengono eseguito su commissione di Lorenzo il Magnifico come dono per il matrimonio di Lorenzo di Pierfrancesco con Semiramide Appiani, celebrato in tale anno (Cecchi 2000; Cecchi 2005). Gli studiosi che invece ritengono l’opera realizzata per volere dello stesso Lorenzo minor , la datano non prima del 1485, anno in cui i due figli di Pierfrancesco — Lorenzo e Giovanni — iniziarono la propria ripresa economica emancipandosi dalla invadente tutela del Magnifico, loro biscugino (Acidini 2000). Secondo un’altra recente ipotesi (Baldini 2003), la tela botticelliana potrebbe essere stata il dono per le nozze di Giovanni di Pierfrancesco, fratello di Lorenzo minor e Luisa de’ Medici, figlia del Magnifico, programmate nel 1487-88 ma poi mai celebrate per la morte prematura della fanciulla.

Interpretazioni
Come gli altri dipinti di Botticelli di soggetto allegorico, così anche la Pallade e il centauro risulta ancora oggi di difficile interpretazione.
Alla fine dell’Ottocento il Ridolfi (1895) riconobbe nel quadro lo stendardo di Giuliano de’ Medici per la giostra del 1475, raffigurante “Pallade su un’impresa di bronconi” (Vasari 1568, ed. 1878-1885, III, 1878, p. 312) e registrata in Palazzo Medici fino al 1598.
Il dibattito sul soggetto della tela botticelliana si è poi animato in occasione della pubblicazione degli inventari della “casa vecchia” del 1498-1499, del 1503 e del 1516, dove l’opera è descritta in modo diverso (vedi storia), rispettivamente come Camilla e un satiro (sic), genericamente come due figure, e infine come Minerva e il centauro (Shearman 1975; Smith 1975). Alcuni hanno accolto la prima identificazione, peraltro la più antica, vedendo nell’opera rappresentata l’eroina Camilla, figlia del re dei Volsci, consacrata a Diana, in qualità di figura virtuosa, civilizzatrice (Shearman 1975; Acidini Luchinat 1991). Secondo Lightbown (1978), l’opera poteva essere un omaggio di Lorenzo di Pierfrancesco alla moglie Semiramide, figlia di un re, come Camilla, intenta a sottomettere con la propria castità la lussuria del consorte.
In generale, però, la critica ha seguito maggiormente la lettura presentata dall’inventario del 1516, vedendo nell’eroina, Pallade-Minerva, nonostante la mancanza di certi attributi caratteristici, quali l’egida, l’elmo e la lancia. Alla chiave di lettura politica proposta in precedenza dalla critica che vedeva nel quadro la celebrazione dell’abilità diplomatica del Magnifico (Ridolfi 1895; Horne 1908), ne è prevalsa un’altra di taglio filosofico-morale. Secondo tale impostazione, Pallade sarebbe dunque la personificazione della ragione impegnata a sottomettere l’istinto e la passione, ovvero il centauro (Gombrich 1945, ed. 1978; A. Cecchi in Sandro Botticelli… 2000). Altre identificazioni proposte per la donna botticelliana sono: Venere armata di Citera, cinta da rami di mirto e non di olivo (Smith 1975), l’Amore casto che controlla le passioni carnali, l’Umiltà vittoriosa sulla Superbia (Acidini Luchinat 1991), una sentinella posta a guardia delle virtù medicee che ferma e ammaestra una personificazione di “primordiale rozzezza” (Acidini Luchinat 2001).

“Casa vecchia” dei Medici del ramo di Pierfrancesco, in via Larga (1499, 1503, 1516); villa di Castello (almeno dal 1540 circa, cfr.: Anonimo Gaddiano o Magliabechiano 1537-1542 ca.; Vasari 1550; Vasari 1568); Palazzo Pitti, 1830 circa; Palazzo Pitti, Galleria Palatina; Palazzo Pitti, Appartamenti Reali, 1893; Galleria degli Uffizi, 1922.
La Pallade e il centauro di Sandro Botticelli è ricordata per la prima volta nell’inventario stilato nel 1498-1499 riguardante i beni posti nelle case dei Medici del ramo di Pierfrancesco, situate su via Larga a pochi passi dal grande palazzo fatto costruire da Cosimo il Vecchio. L’elenco fu compilato a seguito della morte di Giovanni di Pierfrancesco (1498), fratello di Lorenzo detto minor. Il dipinto, citato come “Camilla e I° satiro”, è registrato all’interno della cosiddetta “casa vecchia” di famiglia, in una stanza al pianoterra accanto alla camera di Lorenzo di Pierfrancesco, insieme alla Primavera dello stesso Botticelli. Era collocata in alto sopra la porta che introduceva nell’anticamera; tale posizione era probabilmente quella originaria, come sembra far dedurre il punto di vista ribassato della composizione (Shearman 1975; Smith 1975). L’opera risulta ancora nella “casa vecchia” ancora nel 1503 e nel 1516, come attestano gli inventari di tali anni redatti rispettivamente alla morte di Lorenzo di Pierfrancesco e in occasione della divisione dei beni fra i cugini Pierfrancesco di Lorenzo e Ludovico detto Giovanni, figlio di Giovanni (poi noto come Giovanni delle Bande Nere). Ciascun inventario descrive diversamente il soggetto della tela: “I° quandro grande con due figure” quello del 1503; “Minerva e il centauro” quello del 1516.
Divenuti di proprietà di Giovanni delle Bande Nere, i due dipinti botticelliani passarono in eredità al figlio Cosimo, che una volta divenuto duca di Firenze (1537) li trasferì nella villa di Castello. Qui li videro il cosiddetto Anonimo Gaddiano o Magliabechiano (1537-1542 circa) e Giorgio Vasari (1550 e 1568). Alla fine del secolo, nel 1598 la tela è ricordata entro una cornice dorata nel salone della villa, insieme alla Primavera e alla Nascita di Venere. Nel 1638 risulta aver cambiato cornice, essendo descritta color noce con filettature e rabeschi dorati. Intorno al 1830 il dipinto fu portato a Palazzo Pitti, dove fu esposto in Galleria Palatina; ma nel 1856 fu escluso fuori dall’itinerario di visita. Nel 1893 era negli Appartamenti Reali e finalmente nel 1922 entrò nella Galleria degli Uffizi.

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