Sala grande
Periodo:
Entro il 1492
Committente / Collezionista:
Luogo:
Già Firenze, Palazzo Medici, primo piano (smantellata e trasformata)
Inventario:
Firenze, Archivio di Stato (ASF), Mediceo Avanti Principato, filza 165, Libro d’Inventario dei beni di Lorenzo il Magnifico, 1492 (copia del 1512), c. 13v.ASF, Guardaroba Medicea, 198, c. 196v.
h. m. 7, lungh. m. 20, largh. m. 10, circa.
La “sala grande” al primo piano di Palazzo Medici – il piano nobile – sull’angolo fra via Larga e via de’ Gori doveva essere conclusa nella struttura muraria intorno al 1451, quando Arduino da Baese scrive da Ferrara a Piero il Gottoso per spiegare i termini contrattuali con i quali era stato assegnato a un legnaiolo di Belinguardo il compito di realizzare il soffitto ligneo di tale stanza. Come per altri ambienti del palazzo, anche in questo caso fu Piero, figlio di Cosimo il Vecchio, a sovrintendere la decorazione della residenza edificata per volere del padre Cosimo. La “sala grande” prendeva luce su due lati, avendo due finestre aperte su via de’ Gori e cinque su via Larga (oggi, via Cavour). L’ampio vano si recupera osservando le piante del 1650 e le ricostruzioni proposte dalla critica odierna. Era la prima stanza che il visitatore incontrava sulla destra del corridoio al primo piano, una volta salite le scale situate allora nell’ala sud (dove ora si trova la scala a chiocciola). Il soffitto in legno intagliato era a cassettoni, dorati e dipinti d’azzurro, di cui resta la descrizione ammirata dell’anonimo autore delle Terze Rime. Una porzione di tale soffitto sopravvive – sia pure alterata e sbiadita – nella sala d’angolo al primo piano, creata durante le ristrutturazioni volute dai Riccardi nel XVII secolo. Il soffitto della sala grande di Palazzo Medici e quello dello studiolo (vedi scheda Lo studiolo di Piero il Gottoso), divennero così famosi da essere imitati in altre residenze signorili anche fuori Firenze. Per esempio, Diomede Carafa ottenne le riproduzioni dei due soffitti medicei tramite il banco Strozzi per avere dei modelli a cui rifarsi nel corso della ristrutturazione del proprio palazzo. Dall’inventario del 1492, redatto alla morte del Magnifico, si deduce che le opere d’arte di tale ambiente ne evidenziavano l’importanza ufficiale attraverso soggetti di pregnante significato pubblico e civile. Sulle pareti illuminate dalle finestre, erano appese le tre tele dipinte da Piero e Antonio del Pollaiolo che raffiguravano a grandezza pressoché naturale Tre fatiche d’Ercole: Ercole e Anteo ed Ercole e il leone di Nemea sulla parete lunga occidentale, davanti alle finestre su via Larga, mentre Ercole e l’Idra su quella settentrionale, verso le finestre di via de’ Gori. L’imponenza della triade figurativa è oggi testimonianza dalle repliche di due scene (Ercole e l’Idra ed Ercole e Anteo) realizzate da Antonio sulle due tavolette degli Uffizi (Ercole e Anteo, Ercole e l’Idra ) e dall’intarsio di una porta del Palazzo Ducale di Urbino (Ercole e il leone di Nemea). Inoltre, un’altra tela appesa sopra una porta presentava alcuni leoni rinchiusi dentro una gabbia dipinti da Francesco Pesello, allusione al “serraglio di leoni” situato allora dietro Palazzo Vecchio (dove si trova via de’ Leoni, appunto) e al Marzocco, emblema araldico di Firenze rappresentato da un leone seduto che con una zampa regge lo stendardo della città recante la croce rossa su fondo bianco. Sull’altra porta un’altra tela dipinta da Andrea del Castagno raffigurava il patrono di Firenze, San Giovanni il Battista. Lungo le pareti correvano, in alto sotto il soffitto, una serie di stemmi di comuni toscani alternati a stemmi medicei, mentre in basso si affiancavano panche e spalliere. Il ciclo figurativo della sala grande al piano nobile di Palazzo Medici esaltava, dunque, temi iconografici repubblicani e fiorentini. La residenza privata della famiglia che di fatto deteneva il primato politico a Firenze assumeva così palesemente il ruolo di luogo deputato alle decisioni di interesse pubblico e ai convegni ufficiali. Dopo la cacciata dei Medici, nel novembre del 1494 nella sala si svolsero le trattative fra Carlo VIII re di Francia – ospitato in Palazzo Medici – e i rappresentati del nuovo governo repubblicano, fra cui Pier Capponi, per sventare il saccheggio della città da parte delle truppe francesi (si veda la scheda relativa all’Evento). L’accordo stipulato il 25 novembre venne siglato invece nella camera attigua su via Larga. Come testimonia un affresco del Poccetti, nella seconda metà del Cinquecento la sala doveva essere ornata da un fregio, con vedute di paesaggi e monocromi figurati, affrescato probabilmente per volere di Isabella de’ Medici, figlia di Cosimo I, che si stabilì nel palazzo di via Larga dopo il 1558. Sotto il fregio, un parato tessile in seta rosso e oro rivestiva le pareti, secondo quanto ricordato anche dall’inventario del 1598. La pianta del primo piano di Palazzo Medici tracciata da Gherardo Silvani nel 1650, dimostra che nel frattempo era stato sistemato contro il fronte nord della sala un palco teatrale delimitato da un arcata nel proscenio e dotato di dispositivi per scene scorrevoli. Il palcoscenico occupava circa un terzo della lunghezza della sala. Il piccolo teatro di Palazzo Medici venne probabilmente edificato per volere del cardinale Giovan Carlo, che di lì a poco avrebbe fatto costruire il Teatro dell’Accademia degli Immobili (l’attuale Teatro della Pergola) a Ferdinando Tacca. Una volta acquistato Palazzo Medici nel 1659, Gabbriello Riccardi trasformò profondamente la sala al piano nobile nell’ambito della prima fase di lavori di ristrutturazione avviati nel medesimo anno. La sala venne infatti spostata di due assi di finestra al centro dell’antica facciata, escludendo l’attuale sala d’angolo (che conservaparte del soffitto quattrocentesco), comprendendo la camera a nord e innalzando il soffitto di circa tre metri. L’ambiente riccardiano così costituito è oggi denominato oggi “salone di Carlo VIII”.
- W.A. Bulst, Die “sala grande” des Palazzo Medici in Florenz. Rekonstruktion und Bedeutung, in “Piero de’ Medici “il Gottoso” (1416-1469). Kunst im Dienste der Mediceer”, a cura di A. Beyer e B. Boucher, Berlin, Akademie Verlag, 1993, pp. 89-128.