Coro ligneo
Periodo:
1469-1475 circa
Committente / Collezionista:
Luogo:
Firenze, Palazzo Medici Riccardi, Cappella dei Magi
Legno di noce, cipresso, ciliegio, acero, pero, gattice, quercia fossile. L’analisi dell’opera effettuata infine durante il recente restauro (1988-1992) ha permesso di acquisire varie informazioni tecniche sull’opera. Il coro è realizzato con i legni di noce, cipresso, ciliegio, acero, pero, gattice; per i neri è stata usata quercia fossile (lignite). La struttura è in noce. I divisori sono stati intagliati da un unico pezzo di legno lavorato a traforo. Il coro presenta una grande varietà di tecniche della lavorazione del legno estese anche in zone poco visibili o presto soggette alla consunzione (come la pedana). Questo dimostra la sontuosità dell’oggetto e del luogo di destinazione. La tarsie sono realizzate ‘a toppo’, di diverso spessore. Gli intagli sono stati effettuati a sgorbia. Intagli e intarsi sono stati eseguiti da mani diverse, con diverse specializzazioni, pur appartenenti alla stessa bottega. Lacune, incongruenze e rimaneggiamenti si notano anche nella parte destra del coro, apparentemente integra, risalenti evidentemente agli anni 1495-1513 (vedi le Notizie Storiche). I pannelli posti a chiusura del coro, con tarsie raggiate con fronde di olivo e foglie di palma, sono probabilmente di reimpiego. Si veda il resoconto dell’intervento, in B. Paolozzi Strozzi (1992) e Consorzio Pegasus (1992) (vedi Bibliografia). In occasione dello smontaggio dell’apparato ligneo in vista del restauro (1991), sono stati rinvenuti sette documenti cartacei databili dal 1689 al 1939: due prescrizioni mediche (di cui una con data 1689), un frammento di pagina di messale, una pianta di Firenze (databile fra il 1900 e il 1917), due matrici di biglietti di ingresso della cappella (rispettivamente del 18.11.1920 e del 20.7.1938), una doppia pagina de “La Tribuna Illustrata” (18 giugno 1939) (Acidini Luchinat 1993, p. 23 nota 39).
Il coro ligneo, che poggia su una pedana, raggiunge un’altezza corrispondente a un quarto delle pareti, raggiungendo esattamente la cornice del ciclo affrescato. Gli stalli sono separati da divisori costituite da coppie di volute affrontate. I divisori a volute e le zampe leonine sottostanti paiono ispirarsi a stilemi prossimi all’ambito di Donatello. Al centro di ciascun divisorio si trova, racchiuso entro un anello diamantato, un piccolo scudo con stemma. I piani dei sedili presentano a intarsio il medesimo motivo dell’impresa medicea dell’anello con la punta di diamante e il cartiglio intrecciato, che incornicia uno scudo araldico. Tali piani sono ribaltabili e presentano sul rovescio quattro anelli diamantati intrecciati, ancora a tarsia. Alle imprese e all’araldica medicea si accostano dunque gli stemmi pubblici cittadini, propri del Capitano del Popolo, della Parte Guelfa, della Signoria. Sotto i piani dei sedili, i pannelli intarsiati presentano decorazioni vegetali e floreali geometrizzanti. Nella spalliera ricorrono, in maniera alternata, due motivi decorativi circolari, assai complessi e raffinati, che richiamano rosoni gotici. Nelle fasce superiori dei postergali, i motivi a treccia intarsiati rimandano alle decorazioni cosmatesche, come certi partiti del litostrato pavimentale. Entrando nella cappella si trovano otto sedili lungo la spalliera destra. A sinistra invece si trovano un sedile, privo del pannello sottostante al piano di seduta, e un bancone di tardo Ottocento. Entro le specchiature di quest’ultimo sono inserite tre volute dei divisori del coro, assottigliate. Il coro presenta vari lacune e incongruenze (si veda in Bibliografia: Paolozzi Strozzi 1992, p. 96), dovute a smontaggi e riassemblamenti, alla dispersione di porzioni e agli adattamenti approntati ripetutamente nei secoli. In generale, comunque, l’opera rivela grande raffinatezza ed eccezionale qualità. La combinazione di intaglio e intarsio richiama l’uso combinato di pittura e scultura. Già il Frey (1933) ha notato la stretta somiglianza fra gli stalli della cappella e quello in un disegno tracciato da Giuliano da Sangallo nel primo foglio del codice Barberiniano. L’accostamento ha dunque portato ad attribuire l’opera a Giuliano Dal momento che il codice Barberiniano, datato 1465 nel frontespizio, è collocabile intorno al 1469, il coro il Palazzo Medici potrebbe essere stato realizzato poco dopo, nel primo lustro degli anni settanta, in anni in cui egli era ancora in bottega del Francione ed esordiva come legnaiolo.
Il coro della cappella era stato previsto fin da quando fu approntato il pavimento entro il 1459: infatti il litostrato a intarsi fu realizzato solo nell’area centrale che era previsto rimanesse sgombra al momento dell’installazione dell’arredo ligneo. Di fatto, però, il coro dovette essere realizzato vari anni dopo, come si deduce dall’analisi stilistica. L’esecuzione risale probabilmente ai primi anni settanta, dopo la morte di Piero il Gottoso e sotto la supervisione dei nuovi padroni di casa, i figli Lorenzo e Giuliano. Il coro, descritto puntualmente nell’inventario dei beni del Magnifico del 1492, era costituito in origine da “16 seggiole”. Dopo la fuga dei Medici, la Signoria della Repubblica concesse il trasferimento temporaneo del coro e di altri arredi della cappella nella canonica di San Lorenzo, per motivi di sicurezza. Con la delibera dell’11 dicembre 1495, assegnò gli arredi prelevati dalla cappella medicea alla cappella di San Bernardo di Palazzo della Signoria. Il coro fu traslato in Palazzo Vecchio solo nell’autunno del 1500. L’opera lignea dovette allora subire le prime decurtazioni e trasformazioni per adattarlo alla nuova sistemazione nella cappella dei Signori situata allora nel vano della sala dell’Udienza nel Palazzo pubblico. Il 30 giugno 1513 gli operai di Palazzo lo restituirono, insieme agli altri beni sequestrati, a Lorenzo di Piero de’ Medici dopo il reinsediamento della famiglia in città. Il documento di restituzione ricorda che furono consegnati solo “11 pezzi”, che paiono ben pochi rispetti ai 16 sedili con spalliere e divisori smontati e prelevati nel 1495: dunque, nel frattempo l’apparato ligneo aveva subito perdite e dispersioni, di cui si osservano ancora oggi le conseguenze. Così gli stalli furono ricomposti nella sua collocazione originaria in cappella, riparando alle lacune. E’ andato del tutto perduto il parapetto ricordato nell’inventario del 1492, che probabilmente serviva anche da inginocchiatoio. Il coro, come in generale l’ambiente della cappella, subì ulteriori danni e perdite in occasione delle ristrutturazioni di tardo Seicento, in particolare per edificare lo scalone monumentale su progetto di Giovan Battista Foggini. In occasione dei restauri effettuati nel 1875-1876, tre degli stalli a sinistra del coro, già smantellati e molto rovinati, furono utilizzati per la costruzione del bancone che doveva nascondere una massa muraria introdotta in cappella dai lavori effettuati per realizzare la volta dello scalone del Foggini. Sul fronte del mobile furono inserite tre volute dei divisori, recuperate segandole longitudinalmente. Per vie ignote, due stalli sono pervenuti sul mercato antiquario e quindi ai musei di arti applicate di Berlino (Kunstgewerbemuseum) e di Vienna (Österreiches Museum für angewandte Kunst, inv. n. H 847; misure alt. cm. 147, largh. cm. 109, prof. cm. 60), dove sono attualmente conservati. Per dettagli e ulteriori notizie sulla storia, si veda la Scheda generale sulla Cappella dei Magi.
- B. Paolozzi Strozzi, I legni intarsiati. Il coro ligneo, su disegno di Giuliano da Sangallo, in “I restauri nel Palazzo Medici Riccardi. Rinascimento e Barocco”, a cura di C. Acidini Luchinat, Cinisello Balsamo (Milano), 1992, pp. 94-97.