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Piedistallo con stemma e imprese medicee, per l’Orfeo

Autore:
Periodo:

1515-1519 circa


Committente / Collezionista:
Luogo:

Firenze, Palazzo Medici Riccardi, cortile delle Colonne (detto 'di Michelozzo')


Inventario:

inv. Bargello Marmi nn. 262-263


Marmo, cm. 228 x 105 (fronte rettangolare più ampia, est e ovest).

L’elaborato basamento in marmo, a base rettangolare, è costituito da quattro lastre di marmo scolpite separatamente e poi assemblate. Le facce principali (est e ovest) coprono, con la loro ampiezza, anche lo spessore delle facce laterali (sud e nord).
I rilievi del piedistallo presentano stemmi ed emblemi araldici che richiamano la famiglia Medici e i suoi principali membri. In basso, il giogo al centro è un’impresa che rimanda al cardinale Giovanni de’ Medici, i falconi sugli spigoli a Piero il Gottoso, il tronco di alloro mozzato — o “broncone” — fra gli artigli di ogni rapace a Lorenzo il Magnifico. Nel registro superiore, ricorrono gli emblemi più noti che contraddistinguono la dinastia: su ciascuna delle facce principali (fronte a est e retro a ovest), si trovano le sei palle medicee inserite entro uno scudo ‘alla greca’, sormontato da teste di grifone ai lati e una punta di diamante al centro, mentre su ciascuna delle facce laterali (nord e sud) campeggia un anello, anch’esso diamantato, con le tre piume infilate e il cartiglio, su cui dovrebbe essere iscritto il motto “SEMPER”. Scudi araldici e anelli diamantati sono intervallati dalle teste di leone agli spigoli che tengono in bocca ghirlande: le teste alludono ai due leoni, che proteggono Firenze, papa Leone X Medici e l’emblema del Marzocco, simbolo araldico di Firenze. Le ghirlande sui fronti principali presentano frutti, bacche e fiori, mentre quelle laterali sono costituite da foglie di alloro. Le targhe sotto le ali dei falconi nei lati brevi e i cartigli non recano iscrizioni.
Sul piedistallo poggia una soprabase, ornata agli angoli da arpie con teste e zampe leonine e foglie di acanto alle estremità dei corpi.
In generale, gli emblemi rappresentati nei rilievi del piedistallo celebrano i Medici, stabilendo così una continuità fra il glorioso passato della famiglia fino all’esilio del 1494 e il loro ritorno al potere nel 1512: all’”età dell’oro” di Lorenzo il Magnifico segue quella inaugurata da suo figlio, Leone X.
Le lastre laterali più piccole, che entrano nello spessore del piedistallo dettato dal fronte e dal retro, risultano scolpite su un marmo diverso e presentano una fattura più sommaria, senza cura per certi dettagli e rifiniture.
La base si ispira a un esemplare di ara funeraria a encarpi, ornata da teste ferine e da aquile. Uno dei modelli possibili è stato individuato nell’ara Rovere-Ludovisi ora nel Museo Nazionale Romano, noto almeno sin dalla fine del Quattrocento e reimpiegata come altare in Santi Apostoli, posta sotto il patronato del cardinale Giuliano della Rovere (Caglioti 2000, p. 147 con bibliografia nelle note e fig. 161).

Ubicazione originaria.
Il Vasari (1568) riferisce la base marmorea a Benedetto da Rovezzano con la collaborazione di Simone Mosca, specializzato in ornati scolpiti desunti dal vasto repertorio dell’antichità. Il piedistallo servì a sostenere la statua dell’Orfeo di Baccio Bandinelli, posta nel cortile di Palazzo Medici verso il 1519.
Dopo il rientro dall’esilio nel 1512, i Medici — in particolare i figli del Magnifico, Giovanni cardinale e Giuliano, e il loro cugino Giulio — si preoccuparono di riorganizzare gli ambienti di Palazzo Medici e riportare al loro posto le importanti sculture in origine ubicate nel cortile e nel giardino. Ma alcuni di tali capolavori, come la il David e la Giuditta di Donatello rimasero di proprietà della Signoria che li aveva confiscati con l’avvento della Repubblica nel 1494.
Fra il 1515 e il 1517 il cardinale Giulio commissionò dunque a Giovan Francesco Rustici e poi a Baccio Bandinelli un modello per un David in bronzo che sostituisse quello donatelliano, al centro del cortile, ma tale opera non fu poi mai realizzata. In seguito, rinunciando definitivamente anche al tema dettato dal bronzo quattrocentesco, il cardinale Medici chiese a Baccio Bandinelli di scolpire in marmo Orfeo che incanta Cerbero, che fu posto su un nuovo piedistallo verso la fine del 1519.
Come afferma il Vasari (1568), la base marmorea era stata realizzata da Benedetto da Rovezzano, presente in Palazzo Medici fin dal settembre del 1512 — all’indomani del rientro di Giovanni e Giuliano de’ Medici in città dall’esilio — impegnato a scolpire stemmi e fregi a rilievo e a sovrintendere il lavoro di muratori e scalpellini nelle stalle e nella cantina (Rogers Mariotti 2001-2002). Stando ancora al Vasari, il Bandinelli chiamò a scolpire i rilevi della base Simone Mosca, esperto intagliatore di motivi ornamentali.
Secondo una recente proposta (Rogers Mariotti 2001-2002, pp. 124-125), Benedetto da Rovezzano potrebbe aver iniziato il piedistallo fra il 1515 e il 1517, cioè mentre il Rustici, prima, e il Bandinelli, poi, approntavano i modelli per il David da porre nel cortile di Palazzo Medici in sostituzione di quello di Donatello. Il lavoro della base si protrasse nel tempo anche perché tra il marzo del 1515 e il 27 settembre del 1518 Benedetto soggiornò per lunghi periodi a Loreto a collaborare con Andrea Sansovino, dove dal 1518 fu presente anche Baccio. Nell’estate del 1519, Baccio Bandinelli, che stava completando l’Orfeo, chiese a Simone Mosca — in quegli anni impegnato perlopiù a Roma presso Antonio da Sangallo — di portare a termine il piedistallo fiorentino già affidato a Benedetto, in procinto di lasciare Firenze per l’Inghilterra (dopo il settembre del 1519).
Il Vasari ancora racconta che l’Orfeo compiuto dal Bandinelli fu posto sul nuovo piedistallo quando Giulio “governava Firenze” (Vasari 1568), cioè alla fine del 1519: infatti, con la morte di Lorenzo di Piero de’ Medici, duca di Urbino e capitano della Repubblica fiorentina, avvenuta il 4 maggio del 1519, il governo di Firenze fu affidato prima temporaneamente a Goro Gheri, segretario di Lorenzo, e poi, nell’ottobre, fu posto sotto il controllo diretto di Giulio.
Diversamente dalla colonna realizzata da Desiderio da Settignano su cui si ergeva il David di Donatello, il piedistallo largo e massiccio di Benedetto e Simone, scelto dal Bandinelli, finì per ostruire la visuale a cannocchiale che in origine da via Larga si poteva apprezzare attraverso il cortile delle Colonne e poi il giardino sul retro dell’edificio, fino all’ingresso ovest su via Ginori.
Dopo secoli in cui sono rimasti presso le Gallerie fiorentine, nel 1939 il piedistallo e la sua soprabase sono stai riuniti all’Orfeo del Bandinelli in Palazzo Medici ed esposti prima alla Mostra medicea del 1939 e poi collocati nel cortile, nella posizione originaria (Sframeli 2003).

  • F. Caglioti, Donatello e i Medici. Storia del David e della Giuditta, Firenze, Olschki, 2000, 2 voll. (‘Fondazione Carlo Marchi per la Diffusione della Cultura e del Civismo in Italia/ Studi’; 14), pp. 104-105, 118, 126, 147-149 (con bibliografia).
  • K. Langedijk, Baccio Bandinelli’s Orpheus: a Political Message, in “Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz”, XX, 1976, pp. 33-52.
  • E. Luporini, Benedetto da Rovezzano, Milano, Edizioni di Comunità, 1964, pp. 120-121 e fig. 82.
  • J. Rogers Mariotti, Selections from a ledger of Cardinal Giovanni de’ Medici, 1512 – 1513, in “Nuovi Studi”, VI-VII, 2001-2002 (2003), n. 9, pp. 103-146.
  • G. Vasari, Le Vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri, Fiorenza, Appresso Lorenzo Torrentino, 1550, 2 voll.; ed. in G.V., “Le Vite…”, nelle redazioni del 1550 e 1568, con testo a cura di R. Bettarini, commento secolare di P. Barocchi, Firenze, S.P.E.S., 1966-1987, 6 voll, V, 1984, pp. 244-245, 338.
  • G. Vasari, Le Vite dei più eccellenti pittori, scultori, et architettori, riviste e ampliate, Fiorenza, Appresso i Giunti, 1568, 3 voll.; ed. in G.V., “Le opere”, con nuove annotazioni e commenti di G. Milanesi, Firenze, Le Monnier, 1878-1885, 9 voll., I-VII, 1878-1881; ristampa, Firenze, Sansoni, 1906, VI, 1881, pp. 143 e 299.

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